Fermiamo il furto continuato ai danni della Sicilia!


di Rino Piscitello

Quanto ha versato in questi anni la Sicilia a titolo di concorso al risanamento della cosa pubblica?

8 miliardi e 300 milioni di euro nel periodo 2012- 2018. 1 miliardo e centoottantacinque milioni di euro l’anno.

Se si guarda invece solo agli ultimi quattro anni, la spesa è stata di 5 miliardi e 700 milioni. Addirittura 1 miliardo e quattrocentoventicinque milioni l’anno.

In proporzione più di qualsiasi altra regione italiana.

Da dove si rilevano questi numeri?

Sono i numeri della relazione che il vicepresidente della Regione e assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha presentato in occasione dell’audizione della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome sul DEF 2018, tenutasi presso le Commissioni Speciali di Camera e Senato.

“Il contributo è costantemente cresciuto negli anni oltre ogni ragionevole misura e con determinazione unilaterale dello Stato, basti pensare che nel corso dell’ultimo quadriennio (2015-2018) ha raggiunto un ammontare di circa 5 miliardi e 700 milioni di euro”, sottolinea una nota della Regione.

Si tratta di un vero e proprio furto ai danni della Regione Siciliana e dei suoi abitanti.

La parola furto vi sembra eccessiva? E allora vediamone il significato e analizziamo i fatti.

Nel vocabolario Treccani alla parola furto corrisponde la seguente definizione: “l’atto e il fatto d’impossessarsi di cosa altrui sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto.

E cosa è successo se non esattamente quanto riportato dalla definizione del vocabolario Treccani? Il governo italiano, approfittando dell’incompetenza di Crocetta e dei suoi sodali si è impossessato delle risorse della Sicilia traendone enorme profitto.

A tutto questo vanno aggiunti gli accordi iniqui sottoscritti da Crocetta con Renzi che alla Sicilia sono costati svariati miliardi e il taglio obbligatorio del 3% annuo sulla spesa corrente inserito nei suddetti accordi.

In ultimo vanno considerati i circa 600 milioni di euro di accise sui prodotti petroliferi previsti dalla finanziaria del 2007 che lo Stato centrale avrebbe dovuto retrocedere alla Sicilia a titolo di compensazione per l’aumento di quasi dieci punti della compartecipazione alle spese sanitarie. Soldi mai versati alla casse della Regione Siciliana e che quest’anno per la prima volta con una decisione coraggiosa e provocatoria sono stati inseriti, su proposta dell’assessore Armao, nella finanziaria regionale in attesa di avviare il contenzioso con lo Stato.

Senza dire della mancata attuazione di tutte le norme finanziarie dello Statuto e della necessità di un suo aggiornamento che preveda la spettanza alla Sicilia delle accise e il riconoscimento della condizione di insularità.

Occorre aprire una vera e propria “vertenza Sicilia”.

Qualsiasi governo ci sarà a Roma, il giudizio dovrà dipendere dalla disponibilità su questi temi.

Qualsiasi governo ci sarà a Roma, l’Italia dovrà dimostrare di essere disposta a considerare la Sicilia parte di sé e non territorio di consumo di beni prodotti nel Nord del Paese.

Il governo Musumeci, con Armao vicepresidente e assessore all’Economia, è il primo governo che pone all’ordine del giorno questi temi. Di questo siamo orgogliosi e allo stesso tempo certi del fatto che non si tornerà indietro su tutto ciò che spetta ai siciliani.

 

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